Biografia

Baldassarre D'Avino

Sono appena giunto all'età di cinquantadue anni e ho realizzato la mia terza raccolta, intitolata “Adamo ed Eva due extraterrestri?”. Questa raccolta l'aspettavo da tempo, poiché da anni desideravo rievocare la figura di Adamo ed Eva. Sono un cattolico praticante. Credo in un unico Dio, e il mio piccolo libro è una raccolta di aforismi, riflessioni e appunti su tutto ciò che ci circonda e su come io lo percepisco. Ho voluto condividere questi scritti, veloci ma intensi, in questa raccolta. Già mi sto preparando per la prossima, che si intitolerà “Un Paradiso c'è!”.

Ho origini campane: sono nato alle falde del Monte Somma, in un paese a forte vocazione agricola chiamato Somma Vesuviana. La mia famiglia paterna è nota nella zona come commerciante di frutta ed esportatrice, attività avviata già dal mio bisnonno. La mia famiglia materna, invece, proviene dalla cittadina dei Gigli, Nola, dove ricordiamo il nostro avo – e Nola ricorda – Padre Francesco Palliola, gesuita trucidato sull'isola di Mindanao nel 1648 dagli indigeni.

Per quanto mi riguarda, ho viaggiato molto durante i primi anni della mia adolescenza fino al 2014. Ho vissuto per lunghi periodi nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Venezuela. Ora sono stabile tra Somma Vesuviana e Nola, dove risiede mia madre insieme a mio fratello Renato. Attualmente mi occupo di tutto ciò che riguarda la famiglia, sia dal punto di vista affettivo che patrimoniale.

Baldassarre D'Avino

Immerso nel verde delle campagne dell’Ammendolara, si erge nella sua maestosità l’ottocentesco palazzo Tafone.  Esso, un tempo, assolveva al compito di residenza di campagna e di luogo di raccolta dei prodotti agricoli della famiglia. Nel 1951 l’immobile fu alienato, dall’ultimo erede di casa Tafone, all’imprenditore sommese Baldassarre D’Avino.

Nel primo volume del catasto provvisorio del 1811 del Comune di Somma risulta, negli aggiornamenti successivi dei nuovi proprietari – motivi di carico o discarico – che Domenico Tafone, era possidente in data 11 settembre 1857 di una casa rustica, vigneto, selva e bassi in strada Marina. L’estensione del terreno, proveniva dai beni degli eredi del coltivatore De Stefano Vincenzo. Prima del passaggio al Tafone, troviamo intestati, il 6 settembre 1856, gli stessi beni a tale Molaro Salvatore, che nel frattempo si era rivolto all’esperto avvocato napoletano per districarsi in alcune vicende legali. Il legale Tafone non preferì i soldi ma desiderò un moggio di terreno, dove poter costruire un palazzo. Si pensi, comunque, che nel 1800 quella zona era molto estesa, pianeggiante e registrava numerosi terreni, a vigneto, appartenenti alla Casa dell’Annunziata di Napoli, come rilevato dalla carta catastale dell’epoca del cartografo Luigi Marchese. Oltretutto, nel 1819, troviamo residenti in strada Marina solo quattro famiglie che di cognome facevano Di (De) Stefano, tra cui il citato Vincenzo, all’epoca deceduto, sposato con Rosa Castaldo.

L’avvocato Domenico Tafone era un napoletano privilegiato che non risparmiò la sua opera in beneficio dei poveri. A tal riguardo, nel 1876, lo troviamo membro della benemerita Commissione di beneficenza di Montecalvario a Napoli. Era, oltretutto, un illustre avvocato sia presso la corte d’appello e sia presso il Tribunale civile e correzionale di Napoli. Sposò Donna Amalia Schioppa, da cui ebbe quattro figli: tre maschi e una femmina. Donna Amalia era nata il 17 maggio 1827 a Napoli (Quartiere Montecalvario) da D. Filippo, di condizione ispettore della Pubblica Illuminazione, e Donna Clementina Castiglia.


Domenico Tafone morì a Napoli il 24 febbraio del 1894. La divisione della sua eredità, come quella della moglie Amalia, ebbe luogo con istrumento per notar Raffaele Tucci del 26 febbraio del 1903. I figli Alberto (n. 1863), Fausto (n.1862) e Giulio (n. 1870) si divisero le quote della bellissima proprietà a Posillipo. Elvira non ebbe nulla, poiché la sua quota l’aveva già ricevuta coi capitoli matrimoniali. Era la stupenda villa, dove la famiglia soleva trascorrere la propria villeggiatura nei periodi estivi. Alberto vendette, poi, la propria parte alla sorella Elvira nel 1891, in occasione del matrimonio con l’industriale metalmeccanico e finanziere Teodoro Cutolo (1862 – 1923), figlio del commerciante napoletano D. Carlo e di Donna Antonietta Giannoni. Ai tre figli maschi toccò sicuramente anche il palazzo di Somma Vesuviana. A tal riguardo, già nel 1901, Alberto e Giulio erano entrambi residenti ed inscritti nella lista elettorale amministrativa di quell’anno per requisito di censo.

Nel dicembre del 1938, inoltre, troviamo immigrato a Somma, proveniente da Napoli, anche l’altro fratello Fausto con i due figli e la moglie. La residenza sommese – come afferma il compianto prof. Raffaele D’Avino – può essere datata, osservando l’impianto planimetrico e gli elementi costruttivi, verso la metà dell’Ottocento. L’edificio, cresciuto d’importanza, doveva assolvere oltre al compito di residenza, anche a luogo di raccolta della produzione agricola della famiglia.

I Tafone, comunque, erano una famiglia alquanto stravagante, come riferisce l’ing. Marco Ricciulli in suo articolo sulla Villa Tafone a Napoli. Giulio, quando risiedeva nella sua villa napoletana, viveva in una casa (l’ attuale casa di Liliana Pane, sopra la Chiana romana di Posillipo) senz’acqua ne luce. Aveva sempre il letto fatto, ma dormiva stranamente sul divano. Nel 1899 era tra i nobili villeggianti di Somma Vesuviana che contribuirono alla buona riuscita della Piedigrotta locale. Inoltre alla sua morte, furono trovate conservate centinaia di scatolette di fiammiferi già usati. Fausto, sposato con Maria Bertel, come abbiamo già riferito, aveva due figli: Nino e tale Bebè Tafone. Anche lui, personaggio particolare, amava tanto spendere e fare le cose in grande, in particolare per la festa di Piedigrotta di Napoli. Soleva passare ore intere nel cortile, al di sotto di una pagliarella, indossando un basco rosso che arrivava a toccargli la lunga barba bianca. Rimase ben presto senza più soldi, vivendo come un umile pescatore e trascorrendo i suoi ultimi giorni nella grotta tufacea della sua proprietà.

Il palazzo sommese, comunque, fu alienato nel 1951 da Domenico, un nipote del capostipite, all’imprenditore locale Baldassarre D’Avino, che già possedeva numerosi appezzamenti di terra intorno alla tenuta. Era l’immediato dopoguerra e tanti nobili napoletani non solo persero la loro esclusività sociale, ma anche i loro interessi, sprofondando alcune volte nella povertà più assoluta. Il Municipio di Somma Vesuviana nel 1975, d’intesa con i nuovi proprietari, incaricò l’architetto Giacomo Maria Falomo (n. 1936), di eseguire un progetto che prevedesse una casa di riposo per anziani. La pratica, però, non fu mai portata a conclusione, anzi fu deviata – riferisce il D’Avino – su un’altra zona, dove oggi insiste la disagiata e ben visibile casa di riposo mai conclusa. In seguito al catastrofico terremoto del 1980 e grazie agli opportuni sovvenzionamenti statali, furono effettuati lavori di consolidamento delle strutture.

Oggi lo stabile rivive nello splendore più assoluto grazie ai discendenti del citato D. Baldassarre D’Avino, figlio di Salvatore e di Maria Benedetta Matilde De Stefano. Vi si accede mediante una stradina interpoderale detta della Marina, a ricordo dell’antico collegamento, già di epoca romana, con il mare partenopeo. La zona fa parte di quel vasto rione detto dell’Ammendolara: una delle zone collinose sulle falde del monte più produttive e meglio coltivate dell’epoca. L’edificio era, e rimane ancora oggi, la tipica casa a corte, con vani su tre lati ed una cortina muraria, che chiude il quadrilatero, comprendente il bel cortile dal lato del giardino.

Il prospetto del palazzo, molto lineare, volge ad est verso il paese e più propriamente verso il quartiere Casamale. Il compianto prof. Raffaele D’Avino così la descrive, dal punto di vista  architettonico, in suo articolo del 1984: “…L’accesso all’interno era consentito da un alto portone chiuso nella parte superiore da un arco fortemente ribassato e l’ingresso è riquadrato da una cornice di stucco. Davanti ad esso uno spazio non molto ampio, permetteva il movimento più spedito ai carri e carrozze che vi dovevano accedere. La cappella, seguendo gli schemi comuni ad altri palazzi della zona, è accessibile sia dall’esterno che dall’interno. Sul colmo del tetto  s’innalza un piccolo campanile del tipo a parete traforata culminante a timpano. L’interno della cappella si presentava molto raccolto e con poche decorazioni di rilievo.  Si accede al cortile  interno mediante un androne a pianta irregolare. Sulla sinistra s’innalza la scala torre (…). Ambienti di uso comune come forno, lavatoio, ripostigli, e l’immancabile pozzo erano distribuiti in diversi punti del cortile interno. Mediante rampe di scale, impostate su volta a vela, si raggiunge il primo piano dove lungo un ballatoio si aprono i vani d’accesso alle singole stanze intercomunicanti tra loro (…). Simile impianto si riscontra al secondo piano dove il ballatoio risulta interrotto nella sua recinzione  in muratura da tratti di ringhiere di ferro”. Un’opera architettonica, insomma, di grande bellezza, ancora viva, che ha sempre espresso in chi la osserva sensazioni d’accoglienza e di contemplazione.

Baldassarre D'Avino

La famiglia Palliola è una delle più antiche famiglie della città di Nola (NA). Infatti nell'archivio del Monastero Verginiano, di Montevergine, si trova una pergamena del 10 gennaio 1068, riguardante uno scambio di terreni tra il Vescovo di Nola Giovanni ed altri. In detta pergamena vengono nominati due Palliolla (Johannes et Leo Pallayoli).

Il 10 gennaio del 1612, nasce a Nola da Andreae Antonia Caiazzo, il Padre Francesco Palliola, gesuita; nel 1638 entrò nella Compagnia del Gesì, come un altro gesuita nolano, il nobile Marcello Mastrilli. Si recò nelle Filippine per diffondere il Vangelo, edificò tre chiese e molte case; fu ucciso barbaramente nell’isola di Mindanao il 19 gennaio del 1648, per mano degli indigeni locali. Il suo corpo fu crivellato da moltissimi colpi di lancia, morì inginocchiato, avendo tra le mani il crocifisso.

Il Padre fu beatificato, ma attende ancora di essere santificato.

Nel febbraio 2007, nella Chiesa di S. Biagio in Nola dove vi è la pregevole tomba della Contessa Maria Sanseverino, figlia di Diadora Piccolomini e Bernardino, Conte di Tricarico e Principe di Bisignano, moglie nel 1513 dell'ultimo conte di Nola Enrico Orsini, si è svolto un convegno avente per tema “La Compagnia di Gesù a Nola: storia con documenti inediti del gesuita nolano P. F. Palliola”. Per l'occasione sono stati esposti al pubblico dei documenti inediti e delle lettere inviate alla madre dal missionario; nei documenti è riportato il diritto di cappellanìa e di sepoltura nella Cattedrale di Nola della famiglia Palliola. Inoltre, nel Palazzo in via S. Paolino, la famiglia possedeva un altare dove si celebrava Messa due volte nella settimana.

Nipote del suddetto martire fu l'U.J.D. Saverio, il quale da Rachele Riccardo ebbe otto figli, dei quali ben cinque religiosi, due sacerdoti, due gesuiti ed il Canonico della Cattedrale, più volte Vicario Capitolare Don Nicola.

Fu chiamato a succedergli il figlio Gaetano (1720 † 1795) questi, da Maria Rosa Finelli, ebbe cinque figli, ma la discendenza fu assicurata solo dal figlio Gioacchino (1764 † 1842) il quale da Donna Margherita Cimmino, ebbe otto figli.

In quel tempo la città di Nola si ritrovò con pochissime famiglie del ceto nobile, tanto da non poter eleggere i rappresentanti alle cariche cittadine. Si proposero alcune famiglie nobili del circondario, ma non furono accettate dalla cittadinanza, si ricorse quindi al Re che, con Decreto del 25 Marzo 1798 creò Patrizie della città di Nola alcune famiglie viventi in città "More Nobilium". Esse furono la Cocozza, la De Marco, la Palliola e la Vivenzio.

La Palliola nella persona di Don Gioacchino fu quindi ascritta alla nobiltà nolana.

Qui la famiglia si divide in due rami: quella di Gaetano (1797 † 27.02.1868) e quella di Francesco Antonio (1800 †  1871), quest'ultimo sposa Donna Caterna Mirelli dei Duchi di S. Andrea, e fra i suoi figli, continua la discendenza Don Carlo che sposa Donna Antonia d'Elia dalla quale ha tra gli altri Don Francesco, questi sposa Donna Anna Pagano dalla quale ha tre figli: Carlo, Maria e Rita. Qui finisce la discendenza maschile di questo secondo ramo, essendo Carlo rimasto celibe.

Il ramo primogenito continua con Nicola (1824 † 1894) che sposa Donna Francesca Silvestri ed ha tra gli altri Nazario. Questi da Carmela Ippolito ha Gaetano, Anna, Mario, Adele e Francesca.

Gaetano sposa Giuseppina Galdi sorella di Ugo che sposa Anna, sua cognata. Mario emigra negli Stati Uniti, e lì continua la discendenza col figlio Mario e col nipote Nike.

Da Gaetano, primogenito e Giuseppina Galdi, si hanno quattro figli: Nazario, Alberto, Bruno ed Ennio. Nazario ha un figlio Bruno, Alberto ha Cristina, Bruno  non ha prole ed Ennio ha Paolo e Riccardo. La famiglia è quindi tuttora fiorente.

Come già detto, i Palliola avevano una sepoltura nobiliare nella Cattedrale di Nola e un bel palazzo in via San Paolino, nel salone del quale vi è ancora un magnifico altare ad ante settecentesco, la volta affrescata dal Mozzillo ed ultimamente nel corso di restauri, è comparso un cassettonato finemente dipinto risalente probabilmente al '300. Tale palazzo è posseduto attualmente dai figli della sorella di Carlo.

Genealogia

Saverio (1679 † 1747), U.J.D., sposa Rachele Riccardo

  • B1 - Angela (1704 † ?)
  • B2 - Ignazio (1707 † 1790), Reverendo
  • B3 - Paolino (1709 † ?), Gesuita
  • B4 - Giuseppa (1711 † 1770), sposa nel 1747 Notaris
  • B5 - Giovanni Battista (1712 † ?), Gesuita
  • B6 - M. Anna (1715 † 1775), virgo in capillis
  • B7 - Francesco Antonio (1718 † 1766), Reverendo
  • B8 - Gaetano (1720 † 1795), sposa Donna Anna Rosa Finelli da Napoli
    • C1 - Maria Felicia (1757 † ?), sposa il Barone Nicola di Mauro da Palma Campania
  • B9 - Nicola (1724 † 1805), Decano
  • B10 - Biaggio (1727 † ?)
  • B11 - Chiara
    • C2 - Maria
    • C3 - Gioacchino (1764 † 06.11.1842), Segretario Provinciale, Primo Patrizio di Nola, nel 1786 sposa Donna Margherita Cimmino di Capua
      • D1 - Anna Maria (1787 † 1867), Suor Caterina
    • C4 - Francesco Antonio (1768 † ?)
    • C5 - Maria Giacoma (1768 † ), gemella di Francesco Antonio
    • C6 - Maria Saveria (1760 † 1853)
      • D2 - Maria Raffaela (1788 † 1855)
      • D3 - Maria Michela (1790 † ?)
      • D4 - Gaetano (1797 † 27.02.1868) - Vedi discendenza di Gaetano
      • D5 - Francesco Antonio (1800 † 1871) - Vedi discendenza di Francesco Antonio
      • D6 - Giuseppe (1795 † ?)
      • D7 - M. Emerenziana (1792 † 1872), Badessa S. Chiara
      • D8 - M. Clementina (1804 † ?)

Discendenza di Gaetano (1797 † 27.02.1868)

Nel 1824 sposa Maria Assunta Auriemma di Luigi

  • A1 - Anna Maria (1825 † 1834)
  • A2 - Nicola (1824 † 1894), nel 1852 sposa Francesca Silvestri
    • B1 - Margherita (n. 1853)
    • B2 - Giovacchino (n. 16.08.1855)
    • B3 - Matilde (n. 1859)
    • B4 - Silvio (n. 1863)
    • B5 - Elisa (n. 1865)
    • B6 - Nazario (n. 1867)

Discendenza di Francesco Antonio (1800 † 1871)

Sposa Donna Caterina Mirelli ex Ducibus S. Andrea

  • A1 - Alfonsa (1825 † 1894), Suor Maria Teresa
  • A2 - Margherita (1828 † 1891), Suor M. Chiara
  • A3 - Gioacchino (1831 † 1892)
  • A4 - Carlo (n. 1839), sposa Antonia d'Elia Jacobi
    • B1 - Caterina (n. 1898)
    • B2 - Francesco
      • C1 - Carlo
  • A5 - Luigi (1842 † 1916), Redentorista, muore a Bishop-Eton